Inutile nascondersi, quest’anno la corsa al premio di Most Valuable Player in NBA ha un favorito netto: Shai Gilgeous-Alexander, canadese di Hamilton, Ontario.
Come per molti grandi sportivi la storia di Gilgeous-Alexander è partita dal basso, quando al draft 2018 venne scelto dagli Charlotte Hornets alla numero 11 ma immediatamente girato ai Los Angeles Clippers per puntare su Miles Bridges.
L’annata di Shai è ricca di campioni e tra i dieci scelti prima di lui annoveriamo Luka Doncic, Trae Young e Jaren Jackson Jr. ma anche dei bust epocali: per tacere del solito Marvin Bagley Jr, i New York Knicks avevano la numero 9 e l’hanno sprecata malamente portandosi a casa Kevin Knox che a 26 anni ha già preso la strada impervia che porta a girovagare per la lega in cerca di contratti.
Gilgeous-Alexander debutta quindi a vent’anni con i Clippers e mette subito in mostra le sue qualità ma per la dirigenza losangelina, in win now mode praticamente per tutto il ventunesimo secolo, non è abbastanza: meglio usare il ragazzo come merce di scambio.
La casa definitiva di Shai sarà quindi Oklahoma City: i Thunder accolgono SGA insieme a Danilo Gallinari e a una dote di ben cinque scelte, una delle quali diventerà poi Jalen Williams.

Shai Gilgeous-Alexander in maglia Thunder, che veste dal 2019
Di contro i Clippers hanno scelto di puntare su Paul George a cui verrà affiancato Kawhi Leonard.
Ma nonostante i due fossero all’epoca tra le stelle più luminose del firmamento NBA l’obiettivo di portare un titolo alla Los Angeles cestistica minore per antonomasia non è ancora stato raggiunto anche per la tendenza di George, malgrado si fosse autonominato Playoff-P, a scomparire durante la postseason.
Gilgeous-Alexander si è costruito invece una carriera da stella nel tempo militando in una Oklahoma City scottata dalla fine del ciclo Russell Westbrook-Kevin Durant (col rimpianto di non aver affiancato più a lungo James Harden ai due) e alle prese con un lungo e paziente lavoro di rebuilding ad opera di Sam Presti.
Nel 2022-23 Shai guadagna il primo All Star Game, la scorsa stagione guida i suoi Thunder al ritorno ai playoff che si ferma solo al secondo turno contro i Dallas Mavericks, ma quest’anno la sua squadra guarda tutti dall’alto in basso nella Western Conference sin dall’inizio con sole 12 sconfitte, nonchè 14 gare di vantaggio sugli Houston Rockets secondi. Tra l’altro la vittoria che ha qualificato aritmeticamente ai playoff i Thunder è arrivata contro i campioni in carica dei Boston Celtics, quest’anno sempre battuti: un segnale chiaro di OKC.
New ESPN story: The Thunder clinched a playoff spot Wednesday night.
OKC, though, has far bigger goals than that. Which is why the way the Thunder clinched that postseason spot – by winning in Boston against the defending champs – mattered a lot more.https://t.co/LsaaQLkG7y
— Tim Bontemps (@TimBontemps) March 13, 2025
Come al solito sarà il campo a decidere se in questa o nelle prossime annate arriverà il primo anello per gli Oklahoma City Thunder da quando hanno raccolto l’eredità dei Seattle Supersonics. Di sicuro le quotazioni della squadra allenata da Mark Daigneault sono altissime e il merito è senza dubbio del collettivo che scende in campo, quest’anno irrobustito difensivamente da Isaiah Hartenstein e Alex Caruso, ma anche del suo leader.
Il quasi ventisettenne Shai Gilgeous-Alexander è nel pieno del suo prime e oggi garantisce alla sua franchigia il massimo di punti di media della sua carriera: 32.9, frutto di 21.8 tiri a gara messi con il 52.1%. Una media impressionante di per sè che acquisisce ancor più valore se pensiamo che SGA non è un giocatore naturalmente portato a giocare per sè prima che per gli altri.
Sicuramente la maggioranza dei tiri dei Thunder passa per le mani del canadese che però è sempre assolutamente disponibile a mantenere il resto del backcourt sempre coinvolto. Ne è un esempio il percorso di quello che può essere considerato il suo braccio destro, il connazionale Luguentz Dort, che nel progetto Thunder rappresenta il complemento di Shai col suo gioco difensivo ma che negli anni ha acquisito sempre più sicurezza nel suo tiro da fuori grazie alla grande intesa con Gilgeous-Alexander perfezionata nei cinque anni in cui OKC ha messo su la squadra che oggi domina l’Ovest.

Un’immagine di Dort e SGA negli anni del tanking; oggi i due canadesi sono una coppia affiatata e devastante
Dort oggi tira col 40.8% da tre punti, miglior dato in carriera e (ovviamente) per la prima volta sopra la soglia del 40% che spesso contraddistingue un tiratore vero. Buona parte di questi tiri nascono dallo spazio lasciatogli dal gioco di Gilgeous-Alexander ma non è raro che Dort prenda anche responsabilità al tiro pesante in momenti clutch dividendole eventualmente anche con un giocatore puramente offensivo come Jalen Williams.
Detto delle qualità di uomo-squadra di SGA c’è ovviamente da parlare di come metta su i suoi oltre trentadue di media; i modi in cui Shai può far canestro sono tantissimi ma tutto nasce da un grande controllo del corpo e una solidità mentale che gli consente di trovare molto spesso la soluzione giusta e di contro mette una grande pressione sulle difese, dalle quali Gilgeous-Alexander lucra ben 9.4 liberi a gara realizzati col 90%.
Il piatto forte del gioco di Gilgeous-Alexander è sicuramente il midrange, landa desolata per molti appassionati di vecchia data ma che il canadese sfrutta come meglio non si potrebbe: grazie al ball handling compassato ma incisivo di cui dispone SGA può decidere di attaccare dal palleggio ed arrestarsi per il tiro dalla media o concludere al ferro con invariata efficacia.
Lasciargli il tiro equivale a due punti, per cui i difensori sono portati a raddoppi che Shai legge benissimo per andare sul perimetro da Dort e Williams. Dulcis in fundo, il pick and roll: la capacità di sfruttare i blocchi consente al canadese di dare sfogo alle succitate capacità di azione in area o di coinvolgere i lunghi, ai quali si è unito peraltro quest’anno un ottimo bloccante come Isaiah Hartenstein.
Shai Gilgeous-Alexander sta dunque vivendo una stagione da favola e questo ritratto è senza ombra di dubbio degno di un Most Valuable Player. La concorrenza quest’anno non è affollata come in altre occasioni anche perchè vede fuori per infortuni passati e presenti giocatori come Luka Doncic e Victor Wembanyama (per quanto sarebbe stato forse azzardato vedere il francese già concorrere per l’MVP al suo anno da sophomore) ma vede comunque stagliarsi sul percorso individuale di Shai l’ombra imponente del dominatore assoluto di tale premio negli ultimi anni: Nikola Jokic.
Il principale concorrente di SGA al premio di giocatore dell’anno in regular season è in effetti ancora una volta il serbo dei Denver Nuggets, trent’anni compiuti a febbraio e non solo detentore uscente del premio intitolato da due anni a Michael Jordan, ma fregiatosi di tale riconoscimento per tre volte negli ultimi quattro anni con l’unica eccezione del 2023 dove alla discussa (e per quanto mi riguarda anche discutibile) di premiare Joel Embiid è seguito l’anello NBA dei Nuggets, unico nella loro storia, trascinati ovviamente dal Joker.

Nikola Jokic, dominatore della NBA degli anni Venti
Certo, molti staranno pensando che alla fine è giusto premiare l’ascesa di Gilgeous-Alexander costruita in anni di duro lavoro piuttosto che dare a Jokic il quarto premio di MVP col quale peraltro raggiungerebbe LeBron James e Wilt Chamberlain tra i plurivincitori del trofeo. La stagione del serbo, però, potrebbe essere considerata addirittura la migliore a livello individuale della sua carriera.
Ovviamente un’affermazione di questo tipo non intacca nella maniera più assoluta le precedenti stagioni in cui Jokic, che quanto a partenze dal basso non teme confronti (scelto alla 41esima…) ha fatto strabuzzare gli occhi del pubblico di tutto il mondo. Migliorare ancora sembrava impossibile ma di fatto il serbo, almeno per quanto prodotto individualmente, ci è riuscito: segna 29.3 punti a gara, miglior dato in carriera battendo il precedente di due punti (27.1 nel 2021-22) tira da tre col 41.2%, anche qui career high, è in doppia cifra di assist (10.2) e soprattutto è salito a 1.8 nel dato in cui era più vulnerabile: i recuperi.
Per trovare qualcosa da ridire a Jokic, che in campo fa tutto ciò che può fare un cestista e lo fa indifferentemente bene, si scomoda sempre la difesa; ebbene, il Joker si è anche messo a difendere.
“[Nikola] Jokic is 3rd in points, 3rd in rebounds, 2nd in assists, 4th in steals, 2nd in 3-point FG%.”
Kevin Garnett: “Joker is Wilt. Joker is doing Wilt [Chamberlain] like sh*t, bro.”
(via @kg_certified)pic.twitter.com/uKu8nfneVs
— ClutchPoints (@ClutchPoints) January 27, 2025
Così quella che potrebbe sembrare una passerella per Shai Gilgeous-Alexander si trasforma in una sfida in cui però il canadese è sempre favorito, sia per lo scontato assunto che bisogna-premiare-anche-gli-altri sia perchè la stagione dei suoi Thunder si è rivelata ben superiore a quella dei Nuggets di Jokic che sono terzi nella Western Conference ma non hanno dato l’impressione di poter davvero insidiare il primato di OKC e sono anzi apparsi in flessione rispetto agli anni scorsi.
In breve, Jokic continua a migliorare ma contemporaneamente il suo supporting cast mostra segni di appannamento.
Altri contendenti non appaiono troppo credibili: c’è chi ha fatto i nomi, pur mettendoli ben dietro Jokic e SGA, di Jayson Tatum e Giannis Antetokounmpo ma il numero 0 dei Celtics pur essendo senz’altro un grandissimo realizzatore continua ad avere qualcosa in meno per il riconoscimento di miglior giocatore (non fosse altro per il 35.1% da tre che su 10 tiri non è stellare e per il dato delle palle perse che è il più alto in carriera) mentre Antetokounmpo ha avuto il suo premio di MVP ma ha vissuto finora una stagione davvero troppo altalenante per bissarlo quest’anno peraltro in una Milwaukee che è solo sesta in una Eastern Conference non competitiva come la Western.
Che vinca Shai Gilgeous-Alexander o che Jokic si porti a casa il quarto premio in carriera la certezza (ovviamente a meno di sorprese dell’ultima ora che appaiono francamente del tutto improbabili) è che il premio di MVP andrà a un grandissimo giocatore, ancora una volta non proveniente dagli Stati Uniti come avvenuto nelle ultime sei stagioni (anche se Joel Embiid ha il passaporto americano) e come invece era successo solo 4 volte nell’intera storia NBA precedente con le vittorie di Dirk Nowitzki, Steve Nash per due volte e Hakeem Olajuwon (altro americano naturalizzato come Embiid)
Per quanto però la stagione di Nikola Jokic sia spettacolare ritoccando in positivo vari dati l’impressione è che verrà premiata l’ascesa di SGA, punta di diamante di una Oklahoma City Thunder che dopo non esserci riuscita con Westbrook e Durant ora vuole fare il possibile per strappare ai Boston Celtics un titolo più ambito di quello di MVP: il Larry O’Brien Trophy.
Sotto la copertura di un tranquillo (si fa per dire) insegnante di matematica si cela un pazzo fanatico di tutto ciò che gira intorno alla spicchia, NBA in testa. Supporter della nazionale di Taiwan prima di scoprire che il videogioco Street Hoop mentiva malamente, in seguito adepto della setta Mavericks Fan For Life.
1) Giannis ne ha vinti 2, di mvp
2) se il canadese Shai fosse così altruista, avendo la palla quasi sempre in mano ne caverebbe un sacco di assist, e invece…
3) la tripla doppia di media è stata fatta solo da due giocatori nella storia, prima di Jokic